Le fonti

Fonti per le puntate de "la lettura come nemica numero uno":

È doveroso segnalare i libri e le fonti da me usate per scrivere questo intervento. Mi sembra corretto nei confronti di coloro che mi hanno permesso di conoscere tutto ciò tramite i libri e i corsi di formazione. Dunque:

La storia della dislessia è stata estrapolata da un libro scritto dal dottor Andrea Biancardi, edito da Rizzoli, Quando un bambino non sa leggere. Sempre di Biancardi è l’informazione americana del rejected e delected, estrapolata in sede di un corso di formazione e aggiornamento a Napoli.

I metodi per l’accoglienza del bimbo dislessico e le prime prove da sottoporre le ho imparate grazie a un corso curato dal professor Giuseppe Cossu e dalle logopediste S. Mazzacurati e M. V. Rinaldi, in quel del Centro Medico di Foniatria a Padova nel lontano ‘99.

La struttura della lettura "sana" e le diciture e le caratteristiche delle due grandi categorie dei dislessici, l’ho estrapolata da I disturbi dello sviluppo di Vicari-Caselli, edizioni il Mulino.

Le regole Zen sono di un librino a fumetti, edito da Feltrinelli, intitolato Dice lo Zen.

Nel caso se ne voglia sapere di più sulla dislessia ci si può connettere al sito dell’Associazione Italiana Dislessia (http://www.dislessia.it). Oppure fare un giro in libreria e comprare il libro di Biancardi da cui ho preso la storia della dislessia. È un testo molto bello e semplice. Se poi si vuole avere qualche notiziola in più non solo sulla dislessia ma anche sui disturbi dell’apprendimento, consiglio I disturbi dell’apprendimento di Cesare Cornoldi edito da Il Mulino.Il testo apparve per la prima volta cinque anni fa su Vibrisse, quando viaggiava in e mail

 

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La lettura come nemica numero uno/6

Il lettore getta l’occhio verso l’orologio e nota che tra poco ha un incontro con un’insegnante. È marzo e si è quasi finito il programma individualizzato per il loro bimbo comune. È contento perché ha potuto instaurare un dialogo con questa insegnante di sostegno. Hanno lavorato con dedizione. Purtroppo è un’eccezione: spesso le docenti elementari colloquiano con il terapista del linguaggio come se questi gli volesse togliere qualcosa. Vengono colme delle proprie idee e pronte a soffocare con la loro verità inoppugnabile di anni d’insegnamento. Piaget è il loro Dio e non esiste altro. Goleman, padre dell’intelligenza emotiva, Gardner con la teoria sulla pluralità dell’intelligenza e perfino Andrea Canevaro, pedagogista, che ha scritto pagine bellissime sull’integrazione a scuola del diversamente abile, sulle loro labbra sono marziani.

La bussata dell’insegnante diversamente formata che viene a trovare oggi il tecnico è lieve. Si accomoda nella stanza e valutano insieme i progressi e cosa c’è ancora da fare. Purtroppo non sa se l’anno prossimo rimarrà perché la Moratti ha tagliato i fondi per le ore di sostegno. Andrà solo ai casi "gravi" e il dislessico, grazie a Dio, non è "grave". Chi leggerà per lui? La maestra respira alzando le spalle. Il bimbo sta migliorando ma la sua lettura non è ancora in grado di supportare la comprensione. È un dislessico superficiale ma deve avere il tempo di compensare la sua abilità di lettura. Ci chiediamo perchè i sussidiari non vendano in opzione una cassetta dove qualcuno legga i contenuti per i bimbi che hanno questi problemi.

a. Per non essere esclusi dal gruppo e dare loro una chance nelle materie orali.

b. Per diminuire la diversità. In America hanno notato i fenomeni di rejected sui maschi, vale a dire che sono rifiutati, e delected sulle femmine, in una parola sono ignorate.

Non si risolve il problema della cecità per le parole solo fornendo al bambino un corretto programma logopedico e un lettore che lo aiuti nei primi periodi della terapia, più o meno dai sette anni ai dieci, ma facendolo sentire parte integrante dell’ambiente aiutandolo a accettare serenamente i propri limiti e le le proprie potenzialità. Al tecnico che ci ha accompagnato fino a adesso, piace pensare in termini di potenzialità e non di deficit. Posa il camice, firma l’uscita e va verso casa. Ha da registrare i suoi pensieri in esubero. (continua)

La lettura come nemica numero/5

Il paziente delle cinque manca per motivi di salute. Il tecnico ridiventa lettore e prende il libro di turno. Legge dall’età di quattro anni e non ha mai avuto problemi. È strano che si trovi circondato da bimbi la cui maggiore difficoltà è la lettura. Grazie alla sua formazione specifica, ha scoperto che una lettura fluida dipende dalla sanità e dalla corretta interazione fra "via fonologica" e "via lessicale". La "via fonologica" va nel "livello fonologico" che permette di analizzare la parola in sé senza fare ricorso al lessico. Permette, semplicisticamente, di leggere quelle parole che non significano niente o che incontriamo per la prima volta. La "via lessicale" porta al "livello lessicale-semantico" che dà la possibilità di entrare nel significato di una parola letta. Possiamo conoscere e leggere bene una parola ma ignorarne il significato: la parola in questione è ferma nel bagaglio del solo lessico. Nel bagaglio del lessico ci sono le "forme", tanto care ai Gestaltici, delle parole ma nient’altro. Per il linguaggio, non solo per la dislessia, vale la frase Zen: l’uno è il molteplice e il molteplice è uno.

Il libro di turno non parla di narrativa ma dei lavori di Isabelle Liberman, psicologa americana, che negli anni Settanta- Ottanta aggiornò in maniera qualificata le ipotesi linguistiche. Fu lei la prima ad osservare che il bambino dislessico ha problemi specifici con i suoni del linguaggio e in particolare con le strutture sonore della lingua materna, i fonemi, essenziali per imparare a leggere velocemente e in modo corretto.

 

La formulazione della dislessia come disturbo della consapevolezza fonologica che interferisce con l’apprendimento della lettura è stata man mano suffragata da una varietà di studi. Tutti questi studi hanno aiutato a capire come mai bambini dislessici che ottenevano alti punteggi nei test per valutare il QI e che sembravano linguisticamente indenni, avessero problemi di linguaggio. Negli anni Ottanta una grande quantità di ricerche si è concentrata sul filone del deficit nell’abilità fonologica. L’ambito più recente della ricerca sulle difficoltà di apprendimento è la genetica. Da tempo i ricercatori hanno constatato come i disturbi dell’apprendimento abbiano spesso una storia familiare, cioè siano ricorrenti nella medesima famiglia. Se la dislessia non è mai confinata ad una sola generazione, si è notato non solo che i figli dei dislessici spesso hanno problemi di lettura e di linguaggio, ma è più facile che li abbiano i maschi che le femmine. Che la dislessi

a fosse ereditaria lo aveva già osservato C.J. Thomas nel 1905 quando aveva notato che la ‘cecità per le parole’ di frequente riguardava più di un membro della famiglia in cui si era verificato un caso. Norman Geschwind e Albert Galaburda nel 1992 avanzarono l’ipotesi che la dislessia fosse correlata a disturbi del sistema immunitario di sicura origine genetica. Una quantità di supposizioni e di prove. Nessuna delle quali può stabilire un rapporto di causa-effetto fra fattori genetici e dislessia. Probabilmente ciò che viene ereditato, precisano i neuropsicologi, è una microscopica lesione cerebrale. L’ipotesi genetica sembra dimenticare, poi, il ruolo dell’ambiente. Ci possono essere spiegazioni ai disturbi di apprendimento che si incontrano nelle medesime famiglie e riguardano il medesimo ambito familiare. (continua)

La lettura come nemica numero uno/4

La voce stridula della segretaria lo richiama all’ordine. È arrivato il bimbo delle quattro. In ritardo, come sempre. Il bimbo entra furioso nella stanza come al solito. Il tecnico si accorse della sua irruenza quando, mentre leggeva in fase di valutazione, non riusciva a decifrare una plurisillabica. Il libro fu lanciato sul soffitto e, appena tornò a terra, non perse tempo a saltargli sopra. La lettura è ipoanalitica: il bimbo legge velocissimo con frequenti lessicalizzazioni. La "lessicalizzazione" è la capacità di entrare nel livello lessicale semantico attraverso la lettura della prima sillaba. La lettura diventa di tipo probabilistico ma è coperta dalla velocità dell’ autocorrezione. È un vero "dislessico fonologico": non riesce a manipolare bene la struttura sillabica interna delle parole e ha una lettura fortemente contestuale.

La mamma del piccolo ciclone è una donna sempre stanca e preoccupata per tutto. È giovane e il marito è più spaventato di lei. Le punizioni non funzionano e loro non sanno come educarlo. Le maestre cantano le sue doti perché, nonostante la lettura orribile, la comprensione è ineccepibile. È il primo in matematica. Il motivetto preferito della madre è uno strascicato: "Come devo fare: è terribile".

Il tecnico non può non pensare che sotto il forte influsso del pensiero psicoanalitico, molti si convinsero che le difficoltà dei dislessici avessero origine soprattutto in problemi emotivi piuttosto che in fattori neurologici. E l’idea diffusa era che, una volta affrontati e risolti i problemi emotivi, le difficoltà di lettura e scrittura e gli altri problemi sarebbero scomparsi. Orton faceva già notare che nella maggior parte dei casi sono le difficoltà di apprendimento su basi neurologiche a provocare spesso conseguenze emotive.

Il bimbo era stato visitato anche da un neurologo di chiara fama e gli avevano fatto risonanza e tac, ma non ne era uscito niente. Molti neurologi sono rimasti agli anni cinquanta, forse per rispettare un vintage anche a livello scientifico. Infatti, negli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta vi fu un’ondata di entusiasmo, alimentata dal progressivo miglioramento degli studi in neurofisiologia, per un’interpretazione dei deficit dell’apprendimento come disturbi delle facoltà percettive. Non riuscendo a rilevare lesioni cerebrali, il problema doveva essere per forza nei processi cognitivi, nelle capacità percettive e nella memoria. Fu in quel epoca che venne introdotta la nuova definizione di Minimal Brain Disfunction o disfunzione cerebrale minima. Sempre in quegli anni, comparvero i primi studi che suggerivano come la dislessia fosse da attribuire ad una molteplicità di fattori. Concetto che ha poi finito per prevalere. A partire dagli anni Settanta la comunità scientifica più aggiornata concentrò la sua attenzione sul cervello: i problemi linguistici legati alla elaborazione del linguaggio avevano forse basi genetiche e erano dovuti a alterazioni specifiche di zone del cervello preposte a quella funzione. (continua)

Questo pezzo è comparso su Vibrisse circa cinque anni fa quando Vibrisse viaggiava in email.

 

la lettura come nemica numero uno/3

Sono le quattro e il tecnico va fuori al cortiletto o in un posto all’aria per una giusta boccata di nicotina. Il collega fisioterapista si avvicina con un caffè. Il tecnico è felice. Il collega chiede se la dislessia può essere causata da una memoria debole: il figlio ha cinque anni e non si ricorda niente. Lo vede troppo tranquillo. Consolati, gli dice il tecnico, adesso è difficile trovare un "bimbo buono". Vedendolo preoccupato, gli promette che se lo porta al centro gli dà un’occhiata. Ricorda tra sé Orton, il primo scienziato a indicare come responsabile del disturbo l’unità del "sistema linguaggio" con le sue connessioni sensoriali e motorie. I suoi studi preliminari sulla dislessia nei bambini lo portarono a ritenere che: "La difficoltà nello sviluppo della lettura si manifesta in gradazioni diverse, che non hanno relazione alcuna con un generico ritardo mentale. Lo si può spiegare come una variante nell’instaurarsi del predominio fisiologico dei due emisferi piuttosto che come una condizione patologica. E, quale corollario a questo ultimo punto, metodi appropriati di training, se iniziati abbastanza precocemente, possono servire a superare la difficoltà". Il punto di vista di Orton era essenzialmente simile a quello espresso trenta anni prima da Hinshelwood e Pringle- Morgan. Orton era convinto che per rieducare fosse necessario rinforzare tutti i tracciati sensoriali di una memoria debole, aiutando con esercizi ad associare fonema e grafema, ed enfatizzando la corretta sequenza tra simboli scritti e uditivi. (continua)

Questo pezzo è comparso su Vibrisse circa cinque anni fa quando Vibrisse viaggiava in email.

La lettura come nemica numero uno/2

Sono le tre e in sala d’aspetto c’è la bimba della terapia successiva. La madre pinguissima della bimba delle tre, lo blocca e gli propina le sue conoscenze informatiche sulla dislessia e i disturbi dell’apprendimento. Alla fine gli dice che in America ci sono le scuole solo per questi soggetti. "Perché non ci sono anche in Italia!".

Prima che distrugga emotivamente sua figlia, il tecnico trascina la bimba nella stanza di terapia. Chiude la porta e la bimba si aggiusta gli occhiali. Rasenta il muro, non toglie la giacca. Si siede silenziosa di fronte al tecnico e sorride. La prima volta che la conobbe non alzava lo sguardo. Scoppiò in un pianto disperato alla sola vista di un libro. Le maestre dichiararono che era perduta su tutta la linea dei saperi, la madre rispose al problema attaccandosi a internet per documentarsi punto e il padre continuò tranquillo la sua vita tra lavoro, cena, letto, caffè, lavoro. La bimba inizia a leggere aggiustando gli occhiali: "D… d… d, no, è b… ba… bal… bale… balem… m, no, n.. bala… balenna balena". Mentre legge si tortura una ciocca di capelli. La sua lettura è iperanalitica e non comprenderebbe nemmeno a pagarla. Ci troviamo di fronte a una dislessia superficiale, compensabile nel tempo. Ma adesso ha urgente bisogno di qualcuno che legga al suo posto: in questo caso ci accorgeremo delle sua comprensione integra e cristallina come un qualunque bimbo. Il tecnico per rincuorare la sua piccola paziente, che dondola la testa in un "Non imparerò mai a leggere come le mie amiche"., le racconta che il suo problema è stato osservato agli inizi del Novecento da Pringle-Morgan e Hinshelwood che parlarono di cecità "congenita" per le parole, ovvero difficoltà "di ricordare visivamente parole e lettere". Nel 1917 i due pubblicarono una raccolta di articoli. La prima descrizione scientifica della dislessia fu resa possibile più tardi grazie alle osservazioni del neurologo francese Jules Dejerine, un tipo alto e smilzo con la erre moscia francese, che registrò in alcune persone la perdita della capacità di leggere e scrivere come conseguenza di un colpo apoplettico nella parte posteriore dell’emisfero cerebrale sinistro. Una lesione che aveva l’effetto di interrompere ogni contatto tra la parte del cervello delegata alla vista e a quella vicina che regola il linguaggio. Secondo loro c’era qualcosa lì, come una strada rotta, che causava la "cecità per le parole". Questo fatto verrà ripetutamente confermato da studi successivi. Sorride alla bimba concludendo che fior di scienziati si sono scervellati per capirne e curare il suo problema. Troveranno una soluzione valida. Segue la lista delle potenzialità della bimba e questa va verso casa con un po’ più di fiducia in se stessa.

Guardando la coppia che si allontana, gli viene in mente che dopo la teoria della probabile lesione al cervello si cominciò a pensare alla dislessia come conseguenze di fallimenti educativi e non più a carenze di tipo cerebrale. Negli anni Venti e Trenta, i ricercatori cominciarono a notare caratteristiche nei dislessici che sollevavano seri dubbi sulla validità dell’ipotesi psico-educazionale. Qualche anno dopo il filo di Hinshelwood e Pringle-Morgan fu raccolto da Samuel T. Orton, un neuropatologo americano. Fu lui a introdurre il termine di "dislessia evolutiva" usato ancora oggi, preferendolo a quello di dislessia congenita perché teneva conto dell’influenza di fattori ambientali oltre a quelli ereditari.

La segretaria avverte il tecnico che bisogna scrivere due righe di proroga per la bimba appena uscita. Apre la cartellina e gli salta in mente l’affermazione della madre, in sede di cartella anamnestica di routine, su suo fratello, zio della bimba, "ciuccio" come sua figlia: "Leggeva una chiavica. E non capiva niente di quello che leggeva. Viveva di rendita sulle spiegazioni delle maestre. (continua)

Questo pezzo è comparso su Vibrisse circa cinque anni fa quando Vibrisse viaggiava in email.

La lettura come nemica numero uno/1

Il felice lettore, per mantenere sé stesso e far crescere bene la sua libreria, lavora. Ogni mattina posa l’amato libro di narrativa, firma l’entrata al lavoro e indossa il camice bianco. Agganciato alla meno peggio con una spilletta, il cartellino recita puntuale centro di riabilitazione d’appartenenza, nome, cognome e mansione: logopedista. Oggi c’è un nuovo paziente. La segretaria consegna la cartellina al lettore diventato tecnico del linguaggio che d’ora in poi, per comodità, lo chiameremo solo "il tecnico". Il tecnico fa un quarto di storia con l’addetta in segreteria bionda ossigenata: "Quante volte devo dire che questa diagnosi mi deve arrivare prima". La segretaria risponde pacata: "Che miseria fai sempre bordello: lo sai che ti arrivano solo disturbi d’apprendimento e dislessici". Il tecnico prende la cartellina e legge compìto mentre la segretaria, improvvisamente veggente, prevede che sia un… dislessico! Il tecnico sorride tirato e riconsegna la cartellina omaggiandola per le doti predittive da mago Otelma in gonnella.

Il tecnico accoglie il bimbo in sala d’aspetto. Sono le due del pomeriggio e lui è stato catapultato da scuola al Centro. Guarda la figura in camice bianco poco convinto e entra nella stanza perché, come spiega prontamente la madre del bimbo, giocherà di sicuro. Bene. Come ti chiami? Il bimbo dichiara nome, classe e tutta la vasta gamma dei suoi casini. Veniamo a scoprire che tra poco finisce la seconda elementare, i suoi amici leggono come Gassman, sua madre lo tortura facendolo leggere miliardi di volte a casa. Suo padre dice che non c’è bisogno di allarmarsi: tutti leggono e lo farà anche lui al momento giusto. Il compagno di banco è convinto che sia una scusa per non leggere ad alta voce in classe e saltare il turno. La maestra, dopo la prima elementare e metà seconda in cui ha affermato la regola paterna, "diamo tempo al tempo", è preoccupata perché l’anno prossimo, in terza, con la storia e geografia come farà?

Il bimbo ha le mani fra i capelli e il tecnico, mentre cerca di contenerlo, chiede timidamente se vuole far sentire come legge qualche sillaba. Promette che saranno parole di massimo quattro lettere. Niente diavolerie tipo gni, gli, ci, chi e digrammi vari. Solo consonanti e vocali. "Fidati: non crederai alle tue orecchie!". Il bimbo lo guarda un po’ in tralice ma appena vede il foglio con le sillabe minime (PA, VA, e similari) si rincuora un po’. Inizia a decifrare. Sa tutte le lettere. Il tecnico si complimenta e propone un altro foglio con parole bisillabe di struttura piana (PAPA, CANE, e similari). Il bimbo inizia a rallentare. Sbatte ritmicamente il piede vicino la gamba della sedia, si mangia le unghie quando non riesce a legare le sillabe. Il tecnico lo invita a andare avanti e non pensarci. Quando arriva alla fine, il bimbo è sudato nonostante la temperatura si mantenga tendente al freddo. Mancano dieci minuti alla fine dei 50 minuti previsti per le terapie del linguaggio. Mentre si gioca, il bimbo chiede quando leggerà come gli altri e perché proprio a lui. Il tecnico comprende al volo che c’è solo un problema di lettura: la consapevolezza del proprio limite è una caratteristica del dislessico. Alle domande del piccolo paziente, soprassiede con diplomazia spiegando che non può saperlo: non ha la palla dei maghi. In compenso, può assicurargli tutta la sua dedizione per riuscire nell’impresa lettura: non è mica il primo bimbo. Gli racconta che cento anni fa, il suo problema veniva chiamato "cecità per le parole". I primi studi riconosciuti sono di Sir William Broadbent, dal nome pensa che sia un signore grande e grosso con i baffoni, e risalgono al 1872. Sir William era dell’idea che se un bimbo parlava male avrebbe, di conseguenza, letto male. Poi, nel 1887, Adolph Kussmaul, segnalò che la "cecità per le parole" poteva costituire un disturbo a sé, indipendentemente da se uno parlava male o no. Il termine tutt’oggi utilizzato di "dislessia", per dire di un soggetto che legge male, venne coniato invece dall’oftalmologo, anch’egli tedesco, H. Berlin.

Il tecnico sussurra al bimbo che deve andare via. Il bimbo saluta abbracciandolo. La madre viene incontro al bimbo e inonda il tecnico con la sua dose di ansia: "Come va? Come si trova? È grave? È stato bravo? Ha fatto il cattivo?". Il tecnico sorride e tranquillizza la signora. (continua)

Questo pezzo è comparso su Vibrisse circa cinque anni fa quando Vibrisse viaggiava in email e veniva curato interamente da Giulio Mozzi. Vibrisse è questo.